Capitolo 1.

E fu cosi che arrivò.

Dopo un’ ora e mezza di attesa all’uscita dell’aeroporto, la sua testa ha fatto capolino dietro una montagna di valigie. Aveva la barba lunga, i capelli spettinati e un sorriso gli disegnava uno spicchio di sole da un lato all’altro della faccia. Quando l’ho abbracciato non sapevo se a battere fosse il mio cuore o il suo. “Ci credi che sono qui?” . “Non lo so ancora”. “Beh, abituati all’idea, perchè è così”.  Abbiamo preso un taxi pilotato dal conducente più silenzioso del mondo. A volte lanciava occhiate sfuggenti dallo specchietto retrovisore con l’aria di chi pensa che “i giovani di oggi sono strani, perchè ridono per niente?”. Qualcuno avrebbe dovuto raccontargli che in quella macchina c’erano due persone che si erano fatti una promessa tanto tempo prima e che ora iniziavano a viverla. Per questo è necessario ridere. Siamo entrati a casa quando le nuvole hanno iniziato a colorarsi di viola. Ho cucinato io, lui l’ho lasciato solo in terrazza a godersi lo scorcio di quella che di lì a poco sarebbe stata la sua città. Poi abbiamo fatto l’amore e gli ho detto “te quiero”, e non mi è sembrato per niente strano.
That’s all folks, direbbero alla fine di un cartone animato della Warner.
Fortunatamente per me, tutto questo è reale.

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Toc toc.

Salve, mi scusi, Si ricorda di me?

Un anno fa ho fatto un colloquio qui da lei. In realtà era un imbroglio, mi scusi, non volevo offenderla, era per dire che era una farsa, una scenetta…Cosa voglio, mi chiede? No, non ho dimenticato niente. In realtà dovevo parlarle. Vede…a me non piacciono le sorprese. Posso sembrare un pò strano, voglio dire, a chi non piacciono? E’ che non so mai che espressione fare quando mi ci trovo faccia a faccia. Credo dipenda dai compleanni. Ha presente i regali delle zie? I pigiama a righe? I maglioni sempre troppo grandi? I pantaloni sempre troppo corti? Fin da piccolo mi hanno riempito casa di cose inutili. Col tempo sono riuscito a lavorare così bene i muscoli della mia faccia che i sorrisi di circostanza adesso sembrano quasi credibili. Devo solo migliorare un pò i tempi d’attesa fra lo scarto del regalo e l’espressione di giubilo. Ma il pensiero successivo rimane la stesso: questa cosa non mi serve. Aspetti, aspetti, vedrà che un filo logico c’è. Dicevo, non mi piacciono le sorprese. Ed è normale, le sorprese, come i regali, non si scelgono. Si ricevono e basta. E l’idea di ciò che vogliamo non è mai uguale a quello che c’è nella scatola. E’ vero, potrei evitare l’imbarazzo generale suggerendo agli amici il regalo da farmi. Ma sarebbe una richiesta, non una sorpresa. Poi succede che ti svegli una mattina qualunque , vai a fare un colloquio di lavoro e uno sconosciuto ti dice che sei la sua parte mancante. Non ho allenato neppure i muscoli della faccia perchè si muovono da soli. Si, lo so, adesso l’ho confusa. Beh, anche io lo sono, mi guardi, non riesco a stare fermo con le mani. Il punto è che non so se quello che c’è scritto su quei fogli sia vero. Coefficiente di emozionabilità e peso specifico del cuore. Per me è solo un test e non mi sono mai troppo fidato dei numeri. Però se a lei va bene, potremmo prendere un caffè qui sotto, io le dico quanto zucchero ci metto dentro e lei può raccontarmi, che so, cosa canta sotto la doccia la mattina. Io le posso promettere che starò li, fermo, e non mi annoierò sentendola ripetere la stessa storia cento volte. Perchè se fosse il mio compleanno, anche con un brutto pigiama a righe addosso, con un maglione troppo grande o dei pantaloni troppo corti,  non vorrei altro regalo che lei. Ha ragione, avrei potuto dirglielo un anno fa, ma avevo qualche dubbio.

Il fatto che mi chiami Ics credo abbia facilitato le cose.

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Il fluido azzurro.

Le promesse sono desideri che stanno per avverarsi.

Non mi piace pensare che le cose del mondo siano connesse tra loro da legami invisibili. Non sono uno che crede agli oroscopi, ai segni, alle coincidenze. Spesso mi ci sono imbattuto e ho sorriso. Niente di più. Credo molto di più nella forza delle persone e di quello che possono fare per cambiare lo stato delle cose. Non voglio pensare a  nessun cordone ombellicale celeste, niente di prefabbricato. Voglio immaginare un mondo parallelo dove tutti siamo immersi in un fluido azzurro, denso e corposo, e lì ondeggiamo. Non ci sono case, nè alberi, nè strade. Qui le distanze sono infinite, il senso dello spazio e del tempo si perde. In questa infinita massa gelatinosa ci sono solo persone. Alcune vicine, altre più lontane, ma ci sono tutti…

..In questo fluido azzurro tu mi hai visto da lontano, hai sollevato il braccio per chiamare l’attenzione e hai iniziato a nuotare verso di me. Ogni movimento del tuo corpo era un passo in meno verso di noi. Hai spostato volumi oleosi con bracciate che sembravano remi. Attentamente hai percorso la tua rotta come fa una piccola barca in mezzo all’oceano.  Hai evitato persone come fossero iceberg. Hai deviato il tragitto in prossimità di vortici pericolosi, sempre mantenendo lo sguardo fisso al tuo faro. E il tuo faro sono io, e nemmeno so il perchè. So solo che tra tutte queste persone fluttuanti tu hai scelto me e io non posso far altro che rimanere fermo e aspettarti. Adesso riesco a vedere meglio il tuo sorriso bianco che illumina la faccia e tutto intorno, e i tuoi occhi che sanno di buono, sanno di uomo. Manca poco, un paio di colpi di piede e sei arrivato. Non ho paura che ti possa stancare. Arriverai fino in fondo e ti fermerai qualche secondo per dare il tempo ai nostri volti di riconoscersi. Poi mi prenderai la mano e inizieremo a nuotare verso l’alto, veloci,  come pesci impazziti per uscire dal fluido azzurro e vivere tutto ciò che fino ad ora non potevamo vedere…

Insieme.


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Bruc 70.

Non importa quante strade abbia una città. Ce n’è sempre una che ti porta a casa.

Da Deputaciòn, oltrepassando Roger lluria, sbucano da dietro le foglie di tiglio i vetri colorati del palazzo di fronte. Per me che non ho nessun senso di orientamento, quei colori sono il mio nord. Prima di girare a sinistra do sempre un’occhiata alla vetrina del negozio di quadri all’angolo. Non sono belli i quadri, ma i vecchi manifesti pubblicitari del Campari, quelli si che meritano. Li tengono incelofanati in gruppi di tre dentro scatole di cartone e il prezzo scritto a pennarello sottile su un lato. Penso “La bellezza delle cose non lascia quasi mai segnali di fumo, si nasconde tra i luccichii della banalità come perle nelle ostriche”. Imbocco calle Bruc, supero il parcheggio di biciclette e sono arrivato. Numero 70. Non ricordo tutti i numeri civici delle case in cui ho vissuto ma ricordo perfettamente quello di 5 anni fa. Via Dante Alighieri 69. Al tempo qualcuno mi diceva che quella era casa mia. Quel qualcuno mi ha tenuto la mano per un pò, poi se n’è andato e il 69 è diventato 70. Gli scatoloni  sono ancora all’ingresso, sotto la finestra che da verso il cortile. Mi fermo ad accarezzare i mattoni a vista che la circondano perchè sono stati loro a farmi innamorare la prima volta. Il lungo corridoio è ancora tanto bianco e tanto vuoto con le porte tutte a destra. In fondo un divano scuro occupa il centro della grande sala che porta al piccolo terrazzo esterno. Da lì, si estende una foresta di tetti e finestre, triangoli e rettangoli uniti insieme in un’unica composizione astratta. Dalla metà in poi il cielo è una grande pennellata azzurra interrotta solo dalle otto punte nere della Sagrada Familia all’orizzonte. Di notte, quando tutto è fermo, alcune finestre restano accese della luce calda dell’insonnia. E’ questa geometria che lascia vedere sono pochi pezzi di vita, il resto è fantasia e gioco di immedesimazione. Stanotte si ripete lo stesso copione, di tanto in tanto qualche ombra squarcia la monotonia del giallo e poi sparisce di nuovo. Mi domando se anche loro come me, non vogliono dormire per godersi più a lungo lo spettacolo. So già che  arriverà il giorno in  cui mi affaccerò da questo balcone senza chiedermi assolutamente niente. Spero solo di ricordarmi di questa notte, del mio salone vuoto, dei cartoni sparpagliati, del bianco del corridoio, del tavolo di legno su cui scrivo e di questa strana sensazione di attesa che chiamo felicità.

Momentanea forse, ma sempre felicità.

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Non ti salvare.

La paura non esiste.

Oggi non ho voglia di scrivere con parole mie. Ho conosciuto un signore che dicono sia poeta . Ha gli occhi di un bambino racchiusi in un nido di rughe. E ogni ruga è come quelle linee circolari che si vedono sui tronchi degli alberi e che ne definiscono l’età. Le sue rughe sono persone, viaggiatori erranti che ne attraversano la faccia.  Tanto tempo fa scrisse una poesia che fa più o meno così.

Non restare immobile
sul bordo della strada
non congelare il giubilo
non amare con noia
non ti salvare adesso
ne mai
non ti salvare
non ti riempire di calma
non riservarti del mondo
solo un angolo tranquillo
non lasciar cadere le palpebre
pesanti come giudizi
non restare senza labbra
non ti addormentare senza sonno
non pensarti senza sangue
non giudicarti senza tempo

ma se
malgrado tutto
non puoi evitarlo
e congeli il giubilo
e ami con malavoglia
e ti salvi adesso
e ti riempi di calma
e riservi del mondo
solo un angolo tranquillo
e lasci cadere le palpebre
pesanti come giudizi
e ti asciughi senza labbra
e ti addormenti senza sonno
e ti pensi senza sangue
e ti giudichi senza tempo
e resti immobile
sul bordo della strada
e ti salvi
allora
non restare con me.

Lui si chiama Mario Benedetti. Un nome comune per una faccia da nonno e cavalluccio sulle ginocchia.

Ma le sue rughe sono le più belle che abbia mai visto.


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Pensiero di un pomeriggio di inizio estate.

Saltare la palestra, di tanto in tanto, fa bene ai pensieri.

Se non hai vissuto a Barcellona non puoi dire di conoscere il caldo. Da due giorni i vestiti si appiccicano addosso come le carte d’alluminio sui chupa chups. E’ normale che alcune abitudini – almeno quelle modificabili- subiscano un cambio di programma. Sono tornato a casa esattamente 25 minuti dopo essere uscito dal lavoro, come da copione. Ho mangiato un panino e masticato la mia gomma alla nicotina quasi contemporaneamente pensando a come spendere le ore successive. Vaffanculo, oggi non voglio fare proprio niente, mi sono detto. Ho buttato a terra i vestiti  sul letto, computer sulle ginocchia e ho aspettato che dalla mia testa uscisse una storia da raccontare. Vorrei essere un Simpson. Ogni puntata inizia con Bart che deve fare il compito di matematica e finisce con Omer ubriaco in bilico su una ruota panoramica. Doh! Per essere un bravo sceneggiatore non devi saper scrivere ma aver provato almeno una volta droghe pesanti. Se ripeti l’esperienza più volte – e la concorrenza non è spietata – forse vinci anche un premio. Non ho ancora ben capito quale sia la mia, di serie. Dustin Hoffman mi consiglierebbe di capire prima di tutto se si tratta di una commedia o una tragedia. Per ora so solo che è iniziata la nuova stagione. Se non fosse per il fatto che sono quasi totalmente calvo avrei un nuovo taglio di capelli. Nella mia vita ho sempre rincorso un’idea di normalità.  A volte succede quando hai passato un’infanzia con una madre urlante,  un padre che si addormenta di fronte la televisione con il telecomando in mano, una sorella bigotta e un fratello che  ha il coraggio di mangiare una pizza al pomodoro con pezzi di banana sopra. In casa mia i bicchieri della nutella erano gli unici che si utilizzavano perchè quelli buoni erano nello scaffale in alto e mia madre, con il suo metro e mezzo di altezza faceva fatica a prenderli. Non ho mai indossato un pigiama per dormire, tranne nelle gite scolastiche con pernottamento e ho sempre camminato a piedi scalzi per casa. Non ho mai avuto una camera tutta mia, di quelle che tuo padre bussa e ti chiede il permesso prima di entrare, non ho mai avuto un diario segreto (fatta eccezione per due pagine scritte a mano in cui mi rivolgevo a una certa kitty, subito dopo aver letto il Diario di Anna Frank) nè ascoltato mia nonna raccontarmi delle favole prima di andare a dormire. La mia mi dava da mangiare e mi chiedeva “Ti sei cibato?” con gli occhi che convergevano verso il mio naso. Lo strabismo nelle persone anziane è un no-sense elevato all’ennesima potenza. Sono lì che dovrebbero rivelarti i segreti su come sopravvivere alla vita e ai piedi indossano calzini di due colori diversi. Non sono credibili. Sono adorabili. Da persone come loro ho appreso che la normalità è un concetto sopravvalutato, che una tazza da colazione col manico sbeccato è più divertente di quelle che si vedono nelle pubblicità dei biscotti e che nessuna donna indossa un completino di seta per andare a dormire. Almeno non quelle che si chiamano mamma. Ho capito che l’amore non va detto ma va fatto, che a volte utilizziamo sempre le stesse parole per definire concetti troppo più complessi e che in mancanza d’altro è sempre meglio il silenzio di una carezza. Quello che voglio dire è che oggi adoro la mia vita, la mia instabilità e i miei pensieri precari del mercoledì sera che non cambiano la storia del mondo, ma rendono la mia degna di un 16:9.

Perchè oggi mi sento più vicino a me stesso di quanto non abbia mai sognato prima.

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Lost highway.

A volte il modo migliore per tornare a casa è perdersi su strade sconosciute.

Si parla sempre  di amore. O della sua mancanza. In realtà è la ricerca  di qualcosa che non si conosce, o di cui a stento si possono definire i contorni. Gli ultimi quattro anni li ho passati guardando le persone per strada e sperare di rivedere in quei profili qualcosa di familiare, qualcosa che rimanesse. Ora, che di sguardi ho fatto collezione, preferisco prendermi i sorrisi e ciò che ci sta dietro. Senza i “si” o i “no” a priori. Solo io e l’esperienza diretta del contatto, qualsiasi esso sia. Mio padre direbbe “dare e avere”, io preferisco “condividere”. A Barcellona, se si è abbastanza fortunati si può condividere una notte tra le lenzuola, se si è molto fortunati, due corpi che si svegliano abbracciati con la luce delle 7. Io sono molto fortunato.

Buenos dias! ” Alza gli occhi  e fammi vedere che mondo nascondi dietro, perchè se non te ne sei ancora accorto, quelli parlano. Raccontano mille notti in bianco perse tra i profumi di altri mille corpi bianchi. Ora però, aggrovigliato tra lenzuola, gambe e braccia, c’è solo il mio di corpo. E tu lo fotografi come fosse la cosa più strana del mondo. Ci posi lo sguardo e lo fai scivolare dal collo alle ginocchia, catturando chissà quali cicatrici, chissà  quali nei, chissà quali racconti segreti. E io resto fermo a guardarti. Sei come un bambino che gioca a costruire la sua bambola ideale, assembli i pezzi seguendo le istruzioni dei tuoi pensieri. Alla fine sono un altro io, filtrato da un 35mm che porta il tuo nome sopra.  C’è differenza tra il desiderio della carne e l’amore del cuore, tu la cancelli completamente quando mi baci. Hanno questo potere, i tuoi baci, mi dicono che la paura è stupida, che fino a quando siamo giovani possiamo fare ciò che vogliamo, che i compleanni non ci dicono mai come è meglio  vivere e che a 22 anni si può essere più grandi del mondo stesso. Io che di anni ne ho qualcuno in più, penso solo che è tutta una bugia, ma se tu ci credi allora ci credo anche io. Facciamo finta che sia vero.

Che nella controluce di una foto in bianco e nero sia possibile disegnare il profilo della felicità.

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