E fu cosi che arrivò.
Dopo un’ ora e mezza di attesa all’uscita dell’aeroporto, la sua testa ha fatto capolino dietro una montagna di valigie. Aveva la barba lunga, i capelli spettinati e un sorriso gli disegnava uno spicchio di sole da un lato all’altro della faccia. Quando l’ho abbracciato non sapevo se a battere fosse il mio cuore o il suo. “Ci credi che sono qui?” . “Non lo so ancora”. “Beh, abituati all’idea, perchè è così”. Abbiamo preso un taxi pilotato dal conducente più silenzioso del mondo. A volte lanciava occhiate sfuggenti dallo specchietto retrovisore con l’aria di chi pensa che “i giovani di oggi sono strani, perchè ridono per niente?”. Qualcuno avrebbe dovuto raccontargli che in quella macchina c’erano due persone che si erano fatti una promessa tanto tempo prima e che ora iniziavano a viverla. Per questo è necessario ridere. Siamo entrati a casa quando le nuvole hanno iniziato a colorarsi di viola. Ho cucinato io, lui l’ho lasciato solo in terrazza a godersi lo scorcio di quella che di lì a poco sarebbe stata la sua città. Poi abbiamo fatto l’amore e gli ho detto “te quiero”, e non mi è sembrato per niente strano.
That’s all folks, direbbero alla fine di un cartone animato della Warner.
Fortunatamente per me, tutto questo è reale.










